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La (presunta) solitudine dello smart worker

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Siamo entrati nella fase di riflusso. Leggendo articoli e post sui social si possono adesso considerare prevalenti le posizioni di chi vorrebbe ritornare prima possibile alla compresenza fisica in azienda.

Le argomentazioni a supporto però sono abbastanza semplicistiche: frasi come “l’uomo è un animale sociale“, “”le persone hanno bisogno di vera interazione non mediata da uno schermo“, “la presenza aumenta il senso di appartenenza“, “alle persone manca il momento del caffé con i colleghi” vengono calate in convegni, post e articoli come verità dogmatiche e inconfutabili essendo però, a mio modo di vedere, considerazioni assai superficiali e ingenue.

Soprattutto si dice da più parti che l’abbandono della socialità presenziale aumenterebbe il senso di alienazione e di solitudine delle persone.

Certo, con il lockdown le persone si sono trovate indubbiamente a stare da sole a casa.

Ma solitudine non è stare da soli, è essere soli.

Perché chi sa stare da solo con se stesso, non è solo. Chi sa stare da solo riesce ad abitare lo spazio del pensiero, della riflessione, della presenza mentale.

Chi invece non sa stare da solo è solo. Ed è solo anche in mezzo alla gente. Anzi, è ancora più solo quando è in mezzo alla gente. quando al mattino prende i mezzi per andare in azienda, e si isola con gli auricolari e spotify, o con il feed di Instagram, come se la varia umanità che lo circonda in metropolitana fosse una natura morta, statica e immutabile.

E’ solo chi arriva in un open space gremito di colleghi, e continua a tenere gli auricolari e spotify sino alle 17 del pomeriggio, mentre scrive documenti, email, presentazioni o codice informatico.

Insomma c’era un sacco di gente alienata e sola anche prima del coronavirus. Adesso possiamo dire che sono alienati da remoto, ma non vedo questa grande differenza da prima. Sempre alienati sono.

Poi ci sono quelli che devono fuggire da casa e che hanno vissuto malissimo il lockdown perché hanno un bisogno assoluto di ritornare ai rituali della giornata lavorativa: il caffè con il collega, lo scambio di battute sui risultati sportivi o sugli hobby e le vacanze.

Sono quelli che non sembrano soli, ma che sono ancora più soli degli alienati descritti sopra.

Perché sono quelli che evitano di fare i conti con se stessi riempiendosi di relazioni e interazioni, e quando finiscono le interazioni passano a playstation, netflix o social network pur di continuare a non pensare. E quando tutto questo non funziona più passano a prozac, zoloft e benzodiazepine.

Chi non sa stare da solo cerca in tutti i modi di riempire il vuoto esistenziale con qualsiasi cosa pur di non dover fare i conti con se stesso.

La verità è che molte persone cercano gli altri perché stanno scappando da se stessi. E qui mi dispiace ma devo dare un brutta notizia: il te stesso ti richiappa sempre.

Simone Perotti, uno scrittore/navigatore che ritengo osservatore estremamente lucido delle dinamiche relazionali, spiega molto bene cosa significa avere bisogno di stare con gli altri, cosa che è ben diversa dal desiderio di stare con gli altri.

Il bisogno, dice Simone, è un impulso che se non lo soddisfi stai male. Il desiderio è un impulso che se non lo soddisfi aumenta di intensità e desideri ancora di più.

E quindi chi sa stare da solo ha il desiderio di stare con gli altri, non il bisogno. E’ una persona libera, indipendente, carismatica.

E’ una persona che crea relazione positiva, che ispira gli altri, che va spesso in azienda dando valore ai momenti di compresenza ma che riesce anche a lavorare in modo asincrono e remoto, senza soffrire di “riunionite acuta“, senza l’ansia causata dal non vedere e controllare i collaboratori alla propria scrivania in ufficio, ogni giorno dalle 9 alle 17.

E se faccio queste considerazioni è perché ho avuto a che fare con troppi c-level, troppi top manager, troppi leader o presunti tali, che vedono l’organizzazione esclusivamente dal loro punto di vista di capi.

Capi vecchio stampo che calano dall’alto decisioni gerarchiche su come impostare l modello di lavoro ibrido pensando che sia solo un fatto di accordo sindacale sul numero dei giorni a casa, senza alcuna competenza psicologica ma anche senza alcuna volontà di approfondire e capire meglio la parte sommersa dell’iceberg.

Capi vecchio stampo che chiedono ai dirigenti della propria organizzazione di tornare in ufficio per “dare il buon esempio“.

Capi vecchio stampo felici del loro modo di pensare da capi vecchio stampo, ma che a volte sono un po’ soli perché anche loro non sanno stare da soli.

E che forse potrebbero e dovrebbero lavorare un po’ di più da casa. Perché casa è dove torni ogni volta che ti vuoi ritrovare.

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