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Igiene relazionale

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A dicembre 2021, dopo circa un decennio trascorso tra vari ruoli manageriali in Italia e all’estero, sino ad assumere, cinque anni fa, la più alta responsabilità di una Compagnia di Assicurazioni, ho deciso di interrompere questo tipo di percorso professionale per dedicarmi totalmente, in varie modalità, a quella che considero la mia missione, a quello che mi piace fare e che, in una certa misura, mi riesce fare: ispirare le persone e le organizzazioni a cambiare in modo positivo, ad evolversi, a realizzare il proprio potenziale, ad avere, in ultima istanza, successo.

Lasciato il lavoro da manager ho ricevuto una quantità di proposte in questi mesi, ma ho scartato subito quelle da “dipendente“.

E, selezionando varie iniziative, ho deciso di entrare nei consigli di amministrazione di due promettentissime startup, una che sta progettando un sistema rivoluzionario nel campo voice / artificial intelligence, e l’altra invece molto vicina a un go-to-market di rilievo nel campo insurtech.

Alla data di redazione di questo post (aprile 2022), ho poi due accordi di senior advisory ai nastri di partenza, uno con una multinazionale tech quotata al NYSE e l’altro che… comunicherò a breve appena siglato l’accordo.

Resta solo un po’ di tempo da dedicare alla ricerca, allo studio (vado infatti avanti con il percorso post-lauream in psicologia), alla creazione di contenuti di crescita personale e professionale (seguimi sui vari social, qui trovi i link) e alla mia antica azienda software (www.vola.it) di cui sono ancora il secondo azionista e che ha sviluppato una interessantissima piattaforma di cyber-awareness.

Sono tutte attività orientate al raggiungimento della mia mission.

Il mio scopo, il mio “perché”, la mia più intima soddisfazione è infatti quella di vedere altre persone e gruppi che raggiungono importanti obiettivi.

Persone che scoprono doti e abilità che non sapevano di avere, che si sbloccano e superano le resistenze psicologiche, i bias e tutte le barriere che tipicamente frenano la crescita personale e professionale.

Molti colleghi di Zurich e di Aviva, leggendo queste righe, si ritroveranno in questa storia, perché abbiamo l’abbiamo percorsa insieme, negli anni, questa strada.

Ho visto carriere che hanno preso un’accelerazione importante, ambizioni realizzate, nuovi leader che prendevano agevolmente il mio posto ogni volta che io cambiavo ruolo per cimentarmi in nuove sfide professionali.

Del resto la mia missione, che come dicevo è quella di ispirare persone e organizzazioni a realizzare il proprio potenziale, si può svolgere anche all’interno dell’organizzazione stessa: con ruoli come “chief operating officer” e “chief executive officer” si può avere un importante impatto sulla cultura aziendale, sul clima, sullo sviluppo del talento, sulle progettualità. Sono posizioni davvero privilegiate per promuovere la crescita personale e professionale di centinaia di persone appartenenti all’organizzazione.

E allora perché non continuare con la mia “mission” dall’interno delle organizzazioni, con ruoli C-level in altre Compagnie di Assicurazione, ruoli che peraltro mi sono stati proposti più volte dagli “head hunter” negli ultimi mesi?

Ci sono diverse risposte a questa domanda.

La prima è che adesso sono entrato nella vita 8.0. E siccome si vive solo nove volte, ho ancora un’altra vita dopo questa e… le voglio vivere tutte. Un riassunto delle sette vite precedenti lo trovi in questa pagina.

La seconda risposta è che fare il coach quando sei anche il manager e il leader delle persone che hai intorno implica anche una serie di dinamiche relazionali di non poco conto.

Molte persone infatti si avvicinano a te chiedendoti supporto come coach, ma in realtà cercano un semplice acceleratore di carriera senza veramente mettersi in gioco.

Vogliono in altre parole entrare “nelle tue grazie“, far parte “della tua cordata“. La classica confusione tra coaching e mentoring, di cui parlerò in un prossimo articolo.

Adesso, potendo lavorare dall’esterno come consulente, advisor, coach, visiting professor, autore ma non da “capo” come prima, non c’è più questo rischio.

La terza risposta al perché ho lasciato il ruolo manageriale ha radici lontane: già quando nel 2010 iniziavo il percorso manageriale, lasciando le varie aziende che avevo fondato da imprenditore, stavo progettando questa uscita.

Una costante del mio percorso è che quando sto vivendo una vita in parallelo getto le basi per quella successiva.

E quindi per molti anni, mentre crescevo di promozione in promozione in ruoli di leadership in multinazionali, immaginavo il mio “adesso basta“, per dirla con le parole di Simone Perotti, uno scrittore-navigatore che ha raccontato in vari saggi di successo il suo “cambiare vita”, lasciando un ruolo manageriale e dedicandosi alla sua mission, che è scrivere e navigare. Simone per me è stato di grande ispirazione.

E quando il Gruppo Aviva ha deciso di lasciare quasi tutti i suoi mercati internazionali, inclusa l’Italia, ho capito subito che era arrivato il momento per me di dire: “adesso basta”. I pianeti si sono allineati.

Ma non basta dire basta a un lavoro e pensare che le cose vadano da sole.

Ti devi essere ben preparato per il momento in cui non ci sarà più un lauto stipendio a fine mese e ricchi bonus a fine anno.

Devi aver imparato a conoscere le tue finanze personali, a progettare un tenore di vita sostenibile. Se ti sei preparato bene tutto questo non è un problema.

Ma devi essere anche pronto a non avere più un job title, una serie di status symbol, la personal assistant, il SUV aziendale, gli inviti esclusivi.

Ma, sopra ogni altra cosa, devi essere pronto a fare un esercizio che ho definito di “igiene relazionale“.

Le migliaia di persone con le quali hai intrattenuto rapporti professionali negli anni si dividono infatti in due categorie molto distinte.

Da una parte ci sono fornitori che si avvicinavano per il budget che gestivi, non per la persona che sei.

Ma dall’altra parte ci sono molti altri con i quali, in questi mesi, una volta che non sono più il final approver dei loro ordini di acquisto, l’amicizia e la stima sono rimaste e i contatti si sono addirittura moltiplicati.

E un numero sorprendente di questi fornitori, partner, società di consulenza in questi mesi mi ha proposto relazioni di affari e di consulenza: “facciamo un progetto insieme” è diventata la frase più ricorrente.

Tornando all’igiene relazionale, che dire dei colleghi che, una volta diventati ex-colleghi, sono letteralmente spariti, mentre nel durante erano tra quelli che sorridevano di più?

Devo però anche sottolineare, con soddisfazione, che con moltissimi altri, la maggioranza, ci sentiamo adesso con maggiore frequenza di quanto non facessimo quando lavoravamo insieme.

Con molti infatti continuiamo a condividere idee, valori, progetti, motivazione. E io dedico sempre un po’ di tempo a loro, qualche ora alla settimana, con le sessioni di coaching utili per completare i percorsi di autorealizzazione che abbiamo intrapreso.

Ma prima, quando ero il capo, o il capo del capo, o il capo del capo del capo sembravano tutti super-amici, compiacenti, premurosi. Insomma, quasi tutti. Diciamo che come capo piacevo a moltissimi colleghi, ma non a tutti. Del resto non puoi piacere a tutti, non sei la pizza.

In conclusione grazie a questo nuovo filtro che ho chiamato “igiene relazionale“, adesso vedo le persone con molta più chiarezza. Riesco a distinguere meglio, a privilegiare le relazioni vere, non quelle “opportune”.

Morale: tutti dovremmo, almeno per un periodo temporaneo, uscire dal giro, disidentificarsi dal ruolo e tirare una riga, per vedere chi ti “compiaceva” per interesse e chi invece ha costruito, insieme a te, una relazione personale e professionale solida, trasparente e duratura.

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